Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/224

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218 la volpe


ma di tanto in tanto si distraeva, colto da un’idea nuova. Dopo il banchetto andò a sdraiarsi all’ombra fra le rocce a cui era addossata la capanna; di là vedeva senz’essere veduto, e dominava la scena fin laggiù verso la quercia alla cui ombra i pastori continuavano la tosatura. Il prete e gli altri, più in qua, avevano cominciato una gara di canti estemporanei, e le donne ascoltavano, sedute in fila, con le mani in grembo.

Nel silenzio intenso le voci, i canti, le risate, si sperdevano come le nuvolette bianche nell’azzurro profondo; e il dottore sentiva un cavallo brucare l’erba dietro le rocce e un cane rosicchiare un osso dentro la capanna ove di tanto in tanto Jacu entrava per vuotare la lana tosata.

A un tratto Zana, mentre la gara estemporanea ferveva più animata, si alzò ed entrò anche lei nella capanna. Il dottore fumava; seguiva il filo azzurro che usciva dal suo sigaro e una specie di sogghigno gli sollevava il labbro lasciando vedere l’oro dei suoi denti impiombati.

Finalmente anche Jacu arrivò e la voce soffocata di Zana uscì come un gemito dalle fessure della capanna.

— Ti giuro.... i corvi mi tocchino.... se egli mi ha toccato neppure la mano.... So io perchè gli faccio buon viso.... È per il nostro bene.... Ma finirà questa penitenza.... finirà....

L’uomo, forse intento a vuotar la lana, taceva; ella riprese, esasperata, con voce di odio: