Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/101

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— Tu sai perché ti chiamo? No? Non vuoi rispondere, adesso? Eppure devi saperlo. Rispondi. Lo sai o no?

Fu risposto di no.

— Ebbene, mio figlio vuole partire. Sei tu che lo hai sobillato? Se sei tu smettila. Lasciamelo in casa. Non ti basta l’anima mia? Lo lasci?

La tavola si alzò come un cavallo infuriato sulle sue zampe posteriori, si riabbassò, cominciò a picchiare colpi nervosi e forti: pareva cercasse i piedi della donna per schiacciarli. Ed ella la teneva appunto come un cavallo a freno, ma tremava tutta e sentiva venire le convulsioni; perché protestava così lo spirito maligno? Ella cercò di placarlo.

— Ebbene, se non sei tu che lo sobilli, tanto meglio. Ma sii buono, aiutami a tenerlo in casa. Mi aiuti? Ti aiuterò anch’io.

Com’ella avrebbe potuto aiutare il diavolo non sapeva, o meglio lo sapeva confusamente: aiutando qualcuno a fare il male.

Ad ogni modo la tavola si calmò: il diavolo promise di aiutarla. Ed ella ritirò le mani e col corpo tutto umido di sudore gelato si piegò di qua e di là della sedia finché cadde a terra svenuta.