Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/106

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ascoltare, s’era fatto rosso su una guancia e pallido sull’altra. Il sangue gli andava su e giù su e giù come l’acqua entro la bottiglia che la madre sciacquava: perché infine egli avrebbe preferito esser figlio di boia piuttosto che di becchino.

Come si fa, d’altronde, a vivere? Vivere bisogna, e dalle beffe dei compagni ci si salva coi pugni e i sassi ben tirati.

Questo proposito non lo sollevò: il sangue continuava a ribollirgli in corpo, a tingere di rosso le pagine del libro.

Con un calcio mandò indietro la sedia; trasse di tasca il fazzoletto tirandolo quanto era lungo e se lo legò intorno alla fronte come quando la testa gli doleva per il troppo studiare; poi si affacciò alla finestra.

Giù la strada nuova appena fornita di ghiaia gli offrì per confortarlo quanti sassi voleva; e duri turchini aguzzi come scheggie di metallo: si poteva con essi abbattere tutto un esercito nemico. Ma non era questo che più lo preoccupava: in fondo non gl’importava nulla dell’opinione dei suoi compagni, i quali, del resto, avevano anch’essi le loro magagne, e chi era figlio di scopino