Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/108

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qua e di là da una siepe all’altra, destando uno smarrimento di follia nelle pecore che cercavano di seguirlo e tornavano indietro e si cozzavano e si urtavano con un subbuglio di onde in tempesta.

I ragli dell’asino e gli urli del pecoraio impazzito risonavano fra il belare disperato delle povere bestie che si chiamavano fra di loro e chiamavano i figli dispersi: un’ondata di polvere e di cattivo odore arrivava fino alla strada.

— È primavera — disse il ragazzo all’agnellino nero, rincorrendolo lungo la siepe. E quando l’ebbe preso lo sollevò e se lo portò a casa.

Questa casa era un antico cascinale di contadini che una impresa per costruzioni aveva cominciato a demolire sospendendo poi i lavori e lo sfratto intimato al terrazziere.

Il ragazzo portò dunque l’agnellino in quella che un tempo era la stalla, lo depose entro la mangiatoia e chiuse la porta perché non se ne sentissero i belati. E non sapeva perché facesse tutto questo: forse per svagarsi da quel pensiero del padre; forse spinto dall’istinto di compiere una cattiva azione per far dispetto al padre