Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/109

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scrupoloso fino a non volere che si cogliesse neppure l’erba nei campi altrui e quindi restava un miserabile, un becchino.

L’agnello continuava a piangere, a chiamare la madre.

Aveva messo le zampette anteriori sull’orlo della mangiatoia e sporgeva la testa ricciuta, ma non osava e non poteva saltare giù. Il ragazzo lo guardava con cattiveria e con tenerezza:

— Mi sembri un predicatore sul pulpito — disse accarezzandolo sul dorso. — E metti giù le zampe e sta zitto, figlio di un cane. Adesso ti porto un po’ d’erba; poi, se stai buono più tardi ti riconduco da tua madre. E se non la smetti ti strozzo.

Tirò fuori di nuovo il fazzoletto e lo attortigliò in lungo formandone una specie di corda: poi lo rimise in tasca e andò a cercare l’erba avendo cura di lasciare la stalla aperta onde far credere, se si scopriva l’agnello, che vi era entrato da sé.

Dalla strada ascoltò se si sentivano i belati: si sentivano, ma confusi con quelli del gregge che s’era tutto accostato alla siepe come una nuvola che scende all’orizzonte.