Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/110

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Il pecoraio restava però in fondo al prato e parlava con una donna che stendeva grandi lenzuola candide lungo la siepe opposta; e l’asino, lasciato libero, si avvoltolava per terra, di qua e di là, di qua e di là, con la pancia grigia all’aria, ragliando forte.

E il ragazzo, con un ciuffo d’erba in mano, si mise a imitare quell’urlo rauco e fischiante che irrideva la tristezza smarrita delle pecore, la storditaggine del pecoraio e la letizia del tramonto primaverile.

L’agnello rifiutò l’erba, rifiutò il latte che il ragazzo andò a prendere di nascosto della madre e gli porse in un piattino come si usa coi gatti piccoli. Non voleva nulla, l’agnellino nero; voleva la madre, e tendeva l’orecchio al lontano belare del gregge sbattendo le corte palpebre sugli occhi velati di terrore.

Il ragazzo lo riprese fra le braccia, cullandolo alquanto, sfiorò la guancia sul vello morbido che odorava di caglio, e pensò di riportarlo fuori: poi lo ripose nella mangiatoia. Aveva paura che il pecoraio lo vedesse. — Più tardi, eh? — promise sottovoce, chinandosi sulla mangiatoia.