Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/14

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solo le caverne e i sotterranei misteriosi e il gatto mammone avevano riempito il labirinto della sua fantasia.

Questo palazzo dove si svegliò dopo lunghi viaggi confusi in tram e attraverso folle che parevano di maschere, era in realtà più bello di quello delle fate, con due ali di palme che s’aprivano sul cielo azzurro e una coda di viale dorato guizzante in un giardino fiorito: l’odore degli allori ricordava però il cimitero.

Alla donna fu assegnata una camera al secondo piano: al terzo stavano i signori, al primo ella non seppe mai cosa accadesse; e neppure del terzo sapeva niente sebbene tutte le mattine vi lucidasse i pavimenti.

Ella ci si moveva carponi come il suo bambino nel prato; e pensava sempre a lui col desiderio di riaverlo, di baciarlo sulla bocca e su tutto il piccolo corpo grassotto e tiepido.

Così, separata da lui, si sentiva sperduta nel nulla, naufraga nel luccicore di quei pavimenti gelati: non pensava che glielo avrebbero raddrizzato: l’avvenire non esisteva per lei se non fino alla domenica seguente quando l’avrebbe visitato nell’Istituto.

Vederlo! Vederlo almeno. Questo desiderio e questa certezza le davano una forza