Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/155

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allontana dignitosamente, lasciando alla piccola padrona tutto lo sdegno e il dolore del dramma comune.

Appoggiata alla panchina, col vestitino tutto gonfio in avanti, ella guardava, con un sasso in mano, verso il campo dei cavoli. Molti di questi, sventrati del loro fiore granuloso, giacevano divelti e abbattuti sulle zolle smosse, in attesa di sepoltura: sembrava un campo di battaglia di cavoli, e il cagnolino vi si moveva in mezzo, cauto, avvilito.

Ma non era fatto per il dolore e l’odio, lui; piano piano tornò sullo spiazzo, tutto allegro come se nulla fosse, e s’avvicinò alla bambina scodinzolando.

Era il suo modo di esprimersi, questo; e dava allegria a vederlo così spensierato: lei però non si rallegrò: eppure il cagnolino le piaceva e avrebbe volentieri giocato con lui.

Lasciò cadere il sasso; e il cagnolino lo annusò, lo toccò con la zampa, poi guardò lei come a domandarle perché lo aveva tenuto in mano.

Ma gli occhi di lei, pieni d’ombra, non rispondevano. Una foglia secca attraversò rotolando lo spiazzo, spinta dal lieve vento