Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/230

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iunga.

Poi lascio ricadere il taccuino. Cose vecchie. Le conoscevamo già fin da bambini quando il medico di casa veniva a curare le nostre indigestioni e scriveva la ricetta sul suo taccuino staccandone poi il foglietto dentato e cattivo.

Piuttosto bisogna affrettarsi verso casa: l’ora dei ladri discende con quella dei sogni.

Mi rassicura la presenza qua e là poco distante in vista al mio cancello, di carabinieri, guardie regie e affini. Anzi un piccolo soldato è proprio di piantone rasente al cancello chiuso ed ho l’impressione, appena mi vede, che mi presenti le armi scostandosi per lasciarmi passare: il mio aspetto dev’essere per lui più formidabile di quello di Napoleone sdegnato.

E adesso capisco tutto: dietro le sbarre del cancello c’è la testa d’uccello in gabbia della mia serva, ci sono le sue labbra gonfie di sangue diciottenne, e sopratutto le gambe più potenti delle colonne di un tempio. È giusto che tutti quei gatti le stiano attorno, giusto per lei non per me, che tuttavia sento la gioia confusa del gatto che a sua volta ha trovato il topo.

L’aspetto dentro e finalmente la misura si vuota: io stessa mi meraviglio e m’impaurisco della violenza delle mie parole. Lei però ascolta beata e dura come un muro