Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/235

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in pendìo, fra due muri di giardini e lo sfondo di una strada traversale.

Fra i ciottoli del selciato, argentei di brina, l’erba testarda sbucava vivida, orgogliosa di aver attraversato anche le connessure della pietra sotto cui era stata sepolta. Il carro rossastro del carbone appariva laggiù in fondo con la sua montagna nera, tirato da un cavallo scuro non molto grande ma forte e con la testa grossa e le zampe pelose: forse un incrocio di cavallo maremmano con qualche altro di razza diversa.

Le cose andarono bene fino a metà strada. L’uomo conduceva tranquillo il carro, e la signora guardava tranquilla dallo sfondo del suo giardino. La serva si affacciò a guardare dalla finestra con un piumino in mano, una mano così grossa che il piumino sembrava un fiore. Ma la padrona la ricacciò dentro con un solo cenno: perché se il poeta in lei era comunista, la padrona di casa era ferocemente fascista.

A questo punto le cose s’imbrogliano.

Il carro si ferma a metà strada, e sembra che la caparbietà dell’erba si comunichi