Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/247

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Nel terzo atto siamo a tavola, moglie, marito e figlio, nella chiara e fredda stanza da pranzo.

Sul popolo di stoviglie e sul paesaggio della fruttiera, i due poeti della tavola, la boccia del vino e quella dell’acqua, chiudono il primo in sé ma in agguato il suo cupo fuoco e l’altro il riflesso delle cose intorno e anche del suo compagno in una deformazione luminosa di colori che riversa intorno con un’iride meravigliosa.

Siamo di nuovo in un cerchio magico di felicità: la donna sopratutto è contenta, sebbene senta freddo. Oramai il problema dell’inverno è risolto, con quella miniera in cantina, e davanti a sé ella vede un’eterna primavera anche perché ha di fronte il figlio.

E parla ridendo dell’avventura del carbone, raccontando l’avidità crudele dell’uomo e l’inaudita resistenza della bestia.

— Pareva un simbolo, quel povero cavallo.

— Ma se era un mulo, mamma!