Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/26

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— Sentiamo quest’avventura — disse il contadino, senza lasciargli tempo di mangiare.

Ma l’artista non si sgomentò, e neppure la padrona di casa che lo guardava di sottecchi e lo vedeva con orgoglio e piacere adoperare le posate toccandole appena con la punta delle dita pallide e fini, e mangiare con la lenta voluttà del gatto affamato, silenziosamente, odorando a volta a volta senza parerlo il cibo e le rosee il calice a metà colmo di vino dorato. Il cibo spariva dal piatto di lui come si volatizzasse, e fra un boccone e l’altro egli parlava con voce calma, lenta e musicale, quasi che invece di mangiare egli sognasse.

Nulla d’altronde di più naturale e semplice di quella voce che pareva la voce stessa della verità: eppure l’avventura da lui raccontata faceva strabiliare gl’invitati e la stessa padrona di casa che conosceva l’artista come conosceva i suoi fantasiosi bambini.

— S’immagini, signora, che ho corso rischio di morte e, peggio ancora, di essere rapito o di rapire la mia prima fidanzata adesso moglie e madre. Ma questo è nulla: adesso racconterò con ordine.

Esco dunque di casa alle sette e mezza: penso: prendo un’automobile qui sotto