Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/27

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in piazza e in dieci minuti sono dalla mia bella e amabilissima signora. (Grazie, sussurrò lei, ironica e lusingata). Arrivo in piazza e vedo una sola automobile ferma come uno scoglio in mezzo al vento. Il conduttore dorme: io apro lo sportello e sto lì come se avessi spalancato la porta dei sogni. Una donna tutta mascherata di pelliccie è rannicchiata nell’angolo: al mio urto solleva il viso e in quel viso bianco, in quei grandi occhi scuri ravviso tutto il fantasma del mio passato. È la donna che ho sempre amato e odiato, e che non rivedo da cinque lunghi anni: è lei, Vita: io la chiamavo così perché veramente per me rappresentava la vita. Cos’è infine quella che noi chiamiamo vita? Sarebbe il nulla, senza le creature che destano in noi la passione, l’esaltazione, il desiderio di divenire grandi e immortali per attrarre loro nella nostra orbita e possederle in questa e nella vita dell’infinito. Io ho amato questa che chiamo Vita con la prima percezione della mia vita stessa. Il più lontano dei miei ricordi risale a lei: forse io avevo un anno e lei anche: giocavamo su un tappeto ed io le strappai una collanina con un anello d’osso ch’ella teneva al collo: subito si gettò furibonda su di me e ci avvoltolammo avvinti, piangendo e ridendo, come sempre di poi nella