Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/29

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cosa ho fatto l’ho fatto per sollevarmi dal dolore e dall’umiliazione. E non l’ho mai dimenticata, neppure nell’odio alla vita stessa. Ed ecco la rivedo questa sera, un’ora fa, come una fiera in gabbia. «Che fai qui?» le domando. Dopo la prima sorpresa lei si mette a ridere, felice dell’avventura e mi dice con semplicità che aspetta un uomo col quale deve partire; e paurosa che sopraggiunga il marito si protende ansiosa ad ascoltare. Un passo. Chi è? Il marito o l’amante? «Vieni su, vieni, — lei dice smarrita, — conducimi via».

«Alla stazione» ordino al conduttore, che intanto s’è svegliato, e chiudo, e stringo a me la donna. «Chiunque egli sia, — le dico in delirio, — fuggiamo; vieni con me. È tempo, è tempo».

L’automobile si è appena mossa che l’uomo sopraggiunto ci insegue a colpi di rivoltella.

«È lui, è l’odio — ella geme stringendosi a me. — Sì, sì, fuggiamo assieme».

«Chi è? Tuo marito?».

«No, è l’altro, che odio e mi odia. Ascolta, — dice poi, riprendendosi, — riconducimi a casa: c’è la nostra bambina che non sta bene. Domani ti scriverò, ti dirò tutto».

Ed io l’ho ricondotta alla sua casa: poi sono corso qui.