Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/35

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quel silenzio, in quella solitudine, dava l’impressione che fosse davvero il canto di un uccello misterioso, fantastico, come quello delle fiabe; un uccello che forse un giorno era stato un uomo e che un incanto malefico aveva tramutato in bestia.

E raccontava, con la sua musica, la sua storia.

— La mia storia è apparentemente eguale a tutte le storie, eppure come diversa! Come non c’è foglia eguale ad altra foglia, e onda eguale ad altra onda, così non c’è una storia d’uomo eguale ad altra storia d’uomo. La mia è questa: sono stato anch’io fanciullo e felice; eppure perché piangevo così spesso? Sono stato giovine e felice; e non piangevo più; eppure questa era la mia pena; non poter più piangere come da bambino. Allora, per sfogarmi, cantavo; ma né la parola né la musica potevano dire ciò che veramente mi stava nel cuore, la passione, il desiderio, l’ansia verso una gioia che non sapevo dove e come fosse, ma senza la quale credevo di non poter vivere. Solo quando cominciai ad amare, intravidi un po’ questa gioia, ma