Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/36

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sempre come la luna fra le nuvole, lontana fuggente. Ed io la volevo, come il bambino vuole la luna, e tentavo di volare per afferrarla. Cadevo e mi sollevavo; soffrivo e amavo di soffrire; e credevo di essere il più infelice degli uomini, smarrito sulla terra mentre avrei voluto essere un astro fra gli astri dell’infinito.

Finché un giorno in una foresta nell’ascoltare il canto dell’usignolo mi venne da piangere: così trovai un po’ di bene. Ma volli andare a veder l’uccello meraviglioso; e una fata malefica che s’aggirava nel bosco tramutò anche me in uccello.

Così canto la mia storia che è apparentemente eguale a tante altre storie, eppure così diversa.

E la donna, poiché quel suono era come l’eco del suo soffrire, si mise anche lei a piangere: anche lei ritrovò nel pianto un po’ di bene.

Ma un fischio sonoro la richiamò in sé. Era un monello scalzo che correva nel viale e fischiava contro la musica misteriosa, e, a lei parve, anche contro il suo intenerimento.

Tuttavia si alzò confortata ed ebbe pietà del mendicante