Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/86

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e guardava se il ragazzo era lì: era lì, raggomitolato nel cerchio della sua ombra, e dormiva profondamente. E lo straniero lo invidiava. Poi il fuoco si spense, e il sonno, unico bene della terra che non inganna, scese anche sul rifugio tormentato.

Allo svegliarsi, fu uno stupore profondo, quasi l’illusione di un sogno. Il vento era completamente cessato: il sole illuminava le pareti del rifugio con un chiarore iridescente, e il cielo era vicino, lì sulla porta, d’un azzurro vivo, netto, che pareva non avesse mai conosciuto la macchia delle nuvole.

Affacciandosi alla porta si vedevano le valli e le falde della montagna allagate di nebbia chiara e ondulante, talché pareva di essere in un’isola deserta; e il silenzio infinito, e la purezza dell’aria davano un senso di leggerezza, di libertà.

Gli stranieri si mostrarono talmente presi dalla bellezza del luogo, che espressero il desiderio di restarci qualche giorno. Mancavano però i viveri: allora fu proposto alla guida di ritornare al paesetto e risalire con altre provviste: sarebbero ridiscesi poi tutti assieme; per persuaderlo gli fu offerta l’anticipazione del compenso e di quanto altro occorreva; e sebbene protestando egli finì con l’accettare.