Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/32

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30 grazia deledda

— Eravate in uno stato grave! Che cosa dovevo fare? E se morivate qui? E se passavo per vostro complice?

Il ferito si offese.

— Complice di che? Ma tu credi ch’io sia un malfattore, tu? Sono stato ferito e derubato e tu ora... e tu ora... immondezza, tu credi...

Lo copri d’ingiurie: gli rinfacciò persino di aver abbandonato il costume per vestirei di fustagno come un mendicante.

— Ebbene, pazienza! Fa del bene e va all’inferno! - disse il guardiano a sè stesso.

E per evitare una questione più seria lasciò solo il ferito e se ne andò a girovagare intorno ai mucchi di carbone. Suo malgrado sentiva una sorda irritazione contro lo sconosciuto, che sempre più gli sembrava un vecchio malfattore, incosciente ed ingrato.

— Fa del bene, Sebiu, fa del bene, che poi andrai all’inferno! - ripetè a sè stesso, fermandosi sull’orlo della strada, deciso a passar la notte fuori della capanna. Sedette sul paracarri e a poco a poco si calmò e si distrasse.

Era quasi notte. La luna alta sul cielo chiaro illuminava il mare e la landa. Soffiava un leggero vento di sud-ovest che portava l’odore delle macchie e dei giunchi di palude. Il cuculo singhiozzava in lontananza. Senza volerlo e senza saperlo, il guardiano sentiva la dolcezza un pò’ triste e un po’ voluttuosa di quella sera primaverile. Egli ricominciò a pensare a sua moglie come ad un’amante