Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/238

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Sebastiana, e non sapeva per quale reo istinto volesse far capire a Bruno che fra lei e suo marito i rapporti coniugali erano tutt’altro che ardenti.

— Ve ne andate subito? — egli domandò; — io devo scendere stasera a Nuoro, e se passerete la giornata qui potremo ritornare assieme.

— Ah no, mia madre mi aspetta, vuoi restare tu, Predichedda?

— E se restassi, che male ci sarebbe? Con uomini ammogliati....

— Il fuoco li sfiori! Essi sono peggiori degli scapoli! Non è vero, Bruno?

Egli sorrise, un po’ triste, un po’ freddo, come per significare che per conto suo se una di loro restava non correva alcun pericolo.

— Piuttosto, son io che devo ritornare. Se no, mio zio, anima mia, muore disperato e mi bastona anche. Rimani tu, Sebastiana: passerò da tua madre per avvertirla! — disse Predichedda.

Ella capiva che la sua amica desiderava rimanere. Per chi? Per il marito o per Bruno? Non le importava saperlo; le bastava favorirla, per quell’istinto che ella aveva di far piacere alle persone che desideravano qualche cosa d’illecito. Infatti Sebastiana, dopo un momento d’incertezza,