Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/75

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secche annerite dall’umido e qua e là ammucchiate come alghe in riva al mare.

Il globo rosso del sole sorgente sfiorava la linea d’oro del mare lontano, quando egli giunse sopra una muraglia di macigni che in quel punto segnava il confine fra la tanca Moro e la lavorazione Perrò. Si vedeva di lassù tutta la grande vallata chiusa dai monti di Dorgali e di Oliena e la striscia metallica del Cedrino, gli stradali bianchi, i muricciuoli, le linee delle macchie disegnate vagamente sulle distese verdognole e rugginose coperte da un velo azzurro di vapori mattutini.

Egli scese una specie di scalinata di roccie e attraversò un altro bosco ed una estensione di terreno ove il taglio era già terminato.

Quel tratto di montagna dava l’idea di un cimitero; gli avanzi dei tronchi sembravano tombe e croci, e le roccie monumenti funebri; e famiglie di umili vegetali, cespugli di tasso e di rose canine già in fiore, si raccoglievano intorno ai giganti morti, come superstiti sfuggiti alla distruzione e ancora tremanti di terrore.

In lontananza, sopra gli alberi dorati dal sole, serpeggiava qualche filo di fumo e su una specie di terrazza circondata da blocchi di granito sorgevano capanne e