Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/76

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tettoie di rami e di frasche. S’udiva l’abbaiar dei cani, il nitrito di un cavallo e il grido delle gazze che lo imitavano.

Uomini dal viso melanconico e dallo sguardo mite, non ostante la scure e il coltello di cui erano armati, popolavano il luogo selvaggio: vestiti con costumi su cui la polvere, il fango e la sporcizia stendevano come una crosta scura, con la faccia e le mani terree, essi sembravano sbucati dal suolo umido del bosco, e alcuni avevano la barba e i capelli rossicci, quasi del colore dei tronchi scorticati che circondavano la radura.

Molti erano già al lavoro e nel silenzio del mattino si sentiva il picchiar delle accette ripetuto dall’eco.

Bruno attraversò la radura, salutando alcuni paesani nuoresi che attaccavano i buoi ai carri già carichi, e s’avvicinò ad una tettoia più solida e riparata delle altre, dove in mezzo ad una gran quantità di sacchi vuoti e di sacchi pieni, un uomo anziano, piccolo e secco ma dall’aspetto ardito, verificava sulla basculla il peso di un mucchio di scorza rossastra e ancora fresca.

— Eccoci qui! — disse Bruno battendogli una mano sulla spalla e consegnandogli il biglietto del Perrò.