Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/91

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— Ma non è per questo, diavolo! Egli s’infischia dei pregiudizi della sua nonna. È che voleva che io non facessi lo «scorzino». Ma se non lavoro che cosa devo fare? Devo impiccarmi? Il muratore non lo so fare, e neppure il calzolaio. Il proprietario non è cosa facile farlo! Ah, ah, non è vero?

Egli rideva, col suo riso goffo; ma quando pronunziò le parole «devo impiccarmi» guardò in modo strano i rami dell’albero sotto cui stavano seduti.

Bruno prese un lieve tono di scherzo, sorrise, abbassò la voce:

— E.... quel matrimonio?...

— Ma niente! Quella donna non ha neanche voluto vedermi; ed è proprio diventata una signora. Vado, picchio alla porta: vien fuori una bellissima creatura, l’altra serva, lei la conosce, la figlia della maestra Saju....

— Conosco! Conosco!

— Va bene. — C’è Marielène? — Ora vado a vedere. Chi è lei? — Un suo compaesano. — La ragazza va, ritorna: — non è in casa. — E c’era, così Dio mi assista. — Torno ancora. La ragazza si mette a ridere, io le dico: — Va, e di’ a quella signora che c’è un suo compaesano, Predu Maria Dejana. — Ma la ragazza doveva