Pagina:Deledda - Il paese del vento, 1931.djvu/191

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Io corro: non m’importa di altro che di fuggire. Ma egli mi viene appresso con sveltezza pari alla mia, quasi ci veda meglio di me. E invero io vedevo tutto scuro, tutto capovolto, fuori e dentro di me: ed io stessa ero un’altra.

Nell’ingresso mi guardai d’istinto nella specchiera dell’attaccapanni: poiché avevo l’impressione di essere scarmigliata, graffiata e morsa, col mio vergineo vestito macchiato e offeso.

No, grazie a Dio: il vestito è ancora bianco e liscio: i capelli sono a posto: il viso però è davvero un altro, come stanco per un lungo viaggio; e gli occhi, che adesso conoscono l’ombra terribile del male, mi pare riflettano ancora quelli del mio nemico.

Ma il ricordo del piccolo specchio che raccolse il mio viso, e gli occhi miei, dopo il primo incontro con lui, illumina l’opaco affanno del mio cuore: io sono ancora come quel giorno, senza colpa e senza responsabilità; e se, involontariamente, ho fatto del male, è perché il male è nella vita stessa, come il bene.