Pagina:Deledda - Il segreto dell'uomo solitario, 1921.djvu/220

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che io non avessi coscienza del mio stato e non cercassi di sollevarmi; ma ricadevo più a fondo. Studiavo e lavoravo: lavoravo e guadagnavo molto, ma il lavoro nel quale cercavo di affogare il mio male, lo aumentava. Mi sforzavo a mescolarmi alla vita degli altri uomini, ad essere come loro, a tentar di fare quello che essi dicono deve fare un uomo vero, per il bene e la grandezza comune; ma vedevo troppo lo scheletro di tutte le cose, e anche nelle più apparentemente belle e compatte vedevo il disordine e la fragilità. Eppure tentavo di disingannarmi, e di credere, e anche non credendoci invidiavo la gioia altrui, l’amore altrui: anzi vedevo l’amore in ogni cosa, come il nocciolo in ogni frutto: dentro ogni ambizione, dentro ogni vizio: e il mio male era quello, di sentire anch’io questo nocciolo dentro di me ma col seme morto. E poichè ogni mio tentativo di amare altre persone, altre cose, riusciva vano, ne incolpavo lei: e quello che più mi esacerbava era il sapere, in fondo alla mia coscienza, che la mia accusa era ingiusta. La verità era un’altra, adesso lo so, e del resto lo sapevo anche allora: la verità è che cerchiamo l’amore fuori di noi, mentre è solo dentro di noi, è dall’amore vogliamo solo la gioia mentre esso dà più dolore che gioia.