Pagina:Deledda - Il segreto dell'uomo solitario, 1921.djvu/228

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 218 —

di nuvole si profilavano sul cielo glauco, e parevano appunto il profilo di una città.

La fantasmagoria gli sembrò di buon augurio. Sì, bisognava tornare fra gli uomini. Ed egli stette lì a guardare quasi con superstizione quella città ignota che lo invitava. Ecco, fra gli edifici fantastici vede la loro casa, in una via alberata: e il rumore delle onde contro il lido solitario gli sembra quello della città: è verso sera, un crepuscolo di maggio: lui e Sarina se ne vanno lungo le vie animate, soli tra la folla, eppure uniti alla folla, onde fra le onde d’una stessa marea. Il crepuscolo arrossa lo sfondo delle strade, tinge di verde e d’azzurro gli archi dei ponti e dei portici, fa rilucere come ritagliati nell’ebano i cornicioni dei palazzi. Lunghe collane di lumi s’accendono nell’oscurità rosea e un chiarore perlato invade le strade: pare di camminare sospesi fra il giorno e la notte, trasportati dalla fiumana della gente che scorre lenta sui marciapiedi costeggiando le vetrine luminose dove tante cose belle e inutili si offrono senza lasciarsi toccare. Sarina si fermava a guardarle, desiderandole tutte.

— Ed io lavorerò, anima mia, — egli pensava come un adolescente, — lavorerò tanto da poterti esaudire in ogni tuo desiderio.