Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/75

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La tartaruga 69

la seta. Fa caldo, e lei pensa con terrore al suo buco su nella fornace della terrazza: fa caldo, tutte le cose puzzano, e anche lei sente un cattivo fermento di perversione ribollirle nel sangue: quel fermento di dolore antico che ricorda all'uomo, quando la natura lo opprime, la maledizione della sua carne.

La donna lavora e si domanda perchè il vecchio scapolo egoista e sporcaccione, che non ha mai fatto nulla in vita sua, deve dormire in quel letto, fra due finestre aperte sul giardino verde, e lavarsi con acqua profumata, e andarsene a mangiare nelle trattorie fresche dove le mense sembrano coperte di neve e di oggetti di ghiaccio iridescente, mentre lei ha le ossa ingrossate dalla fatica e mangia gli avanzi altrui e non ha mai pace nè gioia e nessuno le vuol bene.

Qui, nel ripulire lo specchio dell’armadio, vede la sua grande figura di Giunone pezzente, e sente in sua coscienza di esagerare. C’è qualche gioia per lei, quella fra le altre di andare all’osteria, dove tutti, specialmente verso sera, si vogliono bene; e c’è la soddisfazione della sua libertà, in quelle ore, il riversarsi della sua fatica nelle chiacchiere e nel bicchiere di vino.

E c’è, a sera, una creatura di Dio che l’aspetta negli angoli umidi della terrazza, e quando ella torna stanca e si butta sul suo giaciglio, le gira attorno per sentirne l’odore di fatica e di ub-