Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/109

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tutto era superstizione: si ama quando si può e chi si può amare; ed è un mistero già tanto grande e divino per sè stesso che è un sacrilegio il solo volerlo spiegare.


Si sollevò e andò lungo la strada fra l’arenile e i villini, già percorsa con Ola il giorno dopo il suo arrivo, fra le scapigliate siepi di tamerici che accoglievano e respingevano da tutte le parti, come ci giocassero spensieratamente, i soffi del vento sempre più forti. Anche gli ontani, più in là, tremolavano tutti, riflettendo il movimento e lo scintillìo delle onde laggiù dopo la cornice della spiaggia.

La strada andava a perdersi chi sa dove; egli non era mai riuscito a percorrerla sino in fondo, e aveva l’impressione che costeggiasse tutto l’Adriatico; per questo senso di fantastico e perchè le trincee di sabbia la riparavano dal vento egli la preferiva alle altre; il sole vi si raccoglieva tiepido, di una dolcezza viva, e sul piano erboso, solcato appena dalle ruote dei carretti dei contadini romagnoli, e dove lo sterco stesso dei cavalli era verdastro e pulito, si camminava come su una corsìa vellutata.

Egli la preferiva; lungo quella strada le sue afflizioni si sperdevano acciuffate dai rami capricciosi delle tamerici che giocavano con esse e poi le buttavano al vento; e quei solchi dove