Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/266

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 260 —

pire la stanza di fragore e di terrore: era un urlo strano, che usciva dalle viscere di lei come da un luogo sotterraneo dove succedevano cose spaventevoli: e implorava aiuto, e nello stesso tempo era una maledizione.

— Ornella.... — disse Antonio, impaurito: ma lei sbattè le braccia, come le ali di un uccello perseguitato, con un gesto che allontanava e voleva a sua volta ferire.

— Vattene, vattene, — disse con voce rauca. — Malfattore, miserabile, vattene.

Vibrava un odio profondo, in quella voce sorda, un lamento più vasto di quello dei gridi di prima: l’odio antico della donna contro l’uomo che l’ha costretta a generare, che per il suo piacere ha lacerato le carni di lei e del suo grembo ha fatto il nido del dolore.

Il maestro lo intese e si alzò.

— Sono i dolori del parto, — disse con semplicità. — Bisogna andare a cercare la levatrice. Alzati, Ornella, coricati sul mio letto.

La prese per il braccio e la costrinse ad alzarsi: ella si rianimò, sorretta da lui fece alcuni passi verso il lettuccio, poi cambiò idea, gli sfuggì di mano e risalì quasi carponi la scaletta del soppalco, come l’animale che si va a nascondere per sgravarsi.