Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/48

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 42 —


— Appunto per questo s’è guardato bene dal prenderla.

Il maestro non rispose subito, ma il suo viso che era rimasto pallido e chiaro come il suo bicchiere, si colorì di rosa. Sdegno, rimorso, rimpianto, o forse anche dolore, o forse anche vergogna? Forse tutti assieme questi sanguigni fiori di passione avevano percosso l’anima sua.

— Figlio caro, — disse, chiamandolo per la prima volta con quel nome, — tu forse hai ragione: non si può giudicare di quello che non si sa. Ed io e tu, qui, rappresentiamo come la realtà e il sogno. Tu sei vivo, ed io sarei morto se la morte stessa non fosse la grande maestra della vita. Che ne sai tu di me? Che ne sai che io non parli appunto per esperienza, per aver pure io vissuto e peccato, e che i miei insegnamenti non ti vengano dati per metterti in guardia contro il dolore?

Ma l’altro non capiva che l’esteriorità della parola.

— So io con chi ho da fare, — disse quasi brutalmente. — Ho troppo conosciuto il mondo e la gente per lasciarmi maltrattare più oltre. Nessuno può farmi del male.

— Il dolore non viene dagli altri, viene da noi stessi e dalla natura. Tu sei forte, sì, oggi, ma domani?

— Il domani è in mani di Dio, — rispose