Pagina:Deledda - La via del male, 1906.djvu/91

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la via del male 89


— Pietro, figlio mio, tu canti bene ed io ti voglio bene. A che pensi? Dimmelo, su, tanto lo immagino...

Diceva proprio così? E Pietro, doveva parlare, dire veramente ciò che pensava?

— Ah, padrone mio, se sapeste! Se sapeste che serpente ho nel cuore! Voi dite di volermi bene; ma se sapeste che io penso a vostra figlia vi gettereste sopra di me come un cane arrabbiato.

— Eh, anch’io... — disse a un tratto zio Nicola, sollevando la testa.

E ricominciò a raccontare in prosa le avventure che aveva già ricordato nelle sue ottave. Oramai Pietro le sapeva a memoria; quindi cominciò a distrarsi, e in breve le parole del padrone gli arrivarono confuse alle orecchie, come un ronzio di api.

Tuttavia gli pareva di non essere ubbriaco, e che non lo fosse neppure il padrone; e la confidenza che zio Nicola gli dava lo rendeva felice e ardito. E perchè no? Ecco, ora apriva la bocca e parlava. Tutto era facile, tutto possibile. Sì, sì, bisognava parlare: ma prima occorreva cercar le parole adatte.

Nascose il viso fra le mani, pensò a lungo: ad un tratto staccò le mani dal volto ardente e fissò come un pazzo, attraverso lo dita aperte, lo splendore rosso del fuoco... Le parole venivano:

— Zio Nicola, io non sono ricco, ma se voi mi aiuterete lo diventerò. Mia zia sta per morire e so che ha fatto testamento in mio favore... È poca cosa, lo so: una casetta in rovina e un pezzetto