Pagina:Deledda - Marianna Sirca, 1915.djvu/72

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pure lui cosa avrebbe fatto, dov’era la fortuna che cercava; per adesso andava verso il rifugio dove aveva lasciato il compagno, e più che altro voleva raccogliersi nel suo covo per meditare.

Cammina, cammina: conosceva i luoghi, le strade, i sentieri come la palma della sua mano. Prima dell’alba arrivò al rifugio, a mezza costa del monte Gonare verso le valli di Olzai. Era un luogo d’una bellezza orrida; una grotta con due aperture da una delle quali si sbucava in una scalinata di roccie donde era facile salvarsi in caso di inseguimento. Per arrivare dovette aggirarsi in un vero labirinto di macigni, di pietre, di macchie e di alberi selvaggi: fra le querce nere contorte dallo spasimo millenario dei venti le roccie sbucavano qua e là come teste diaboliche; poi un bosco di lecci aspri nani si stringeva intorno alla grotta; ma una volta lassù, egli dominò da una specie di nicchia incavata nel macigno tutto il panorama della valle.

Esplorata con uno sguardo d’aquila la solitudine attorno penetrò nella grotta: il