Pagina:Della congiura di Catilina.djvu/35

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32 c. sallustio crispo

viene; d’armi e di sangue e di cadaveri piena, e di pianto ogni cosa. Ma dove, oh immortali Dei! dove una sì fatta orazione tendea? a render voi forse dei congiurati nemici? certo, chi dall’atrocità del delitto non fosse a ciò spinto, dall’orazione il sarebbe! Non è, no, così: nè ad uomo alcuno giammai le proprie ingiurie troppo apparivano leggiere; spesso bensì, più che nol fossero, gravi. Ma diversi affetti alle diverse persone concedonsi. Gli errori da passione prodotti, in chi vive oscuro e privato, a pochi son noti: pari ottien egli alla fortuna la fama. Chi un’importante autorità esposto in alto maneggia, nessuna cosa adopera in segreto. Così, quanto è maggiore la fortuna, tanto è minor la licenza: e ad uomo pubblico sconviensi l’amare, l’odiare, e molto più l’infierire. Ciò che negli altri semplicemente nomasi sdegno, superbia in esso e crudeltade si appella. Ogni supplizio, o Padri Coscritti, io stimo qui minore per certo dei costoro delitti: ma presso ai più, se oltre l’usato severa è la pena, di essa prevale la recente memoria; ed obbliansi, ancorchè gravissimi, gli antecedenti misfatti. Ben so, che Silano, coraggioso e fort’uomo, per zelo sol del ben pubblico qui favellava, non da amor nè da odio in così importante affare instigato: i costumi e la civile modestia di cotant’uomo conosco: ma il consiglio suo pure a me sembra, non dirò già crudele, (contro tal gente che vi può esser mai di crudele?) ma all’indole della Repubblica nostra contrario. Al certo tu Console eletto, o Silano, indotto venivi o dal timore o dall’enormità del delitto, a conchiudere in nuovo supplizio. Il timore tralascio; poichè l’efficace diligenza del nostro Console illustre con tante armi alla pubblica difesa provvede. Della pena da te loro inflitta, quel che richiede la cosa dirò; nel dolore e negli infortunj riposo essere, e non tormento, la morte, fine d’ogni umana miseria, a cui non tien dietro nè letizia, nè affanno. Ma, per gl’immortali Dei, perchè alla sentenza tua non aggiungevi tu, che, prima che uccisi, fossero i rei vergheggiati? Forse, perchè la legge Porzia lo vieta? ma vi son pure altre leggi, che vietando di giustiziare i cittadini Romani benchè colpevoli, soltanto all’esiglio condannare li lasciano. O son elle forse le verghe supplizio peggior della morte? or puovvi esser mai un tropp’aspro supplizio e crudele contro uomini di così atroce delitto convinti? Se poi minor pena è le verghe, a che nelle piccole cose osservare le leggi, qualor nelle grandi s’infrangono? Ma, chi biasimare ardirebbe il supplizio, qual ch’egli pur fosse, dei parricidi della Repubblica? il tempo, il dì, la fortuna, che a suo talento le genti governa. Che che accada a costoro, se l’avran essi meritato: ma voi, Padri Coscritti, pesate ciò che