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Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 1.djvu/24

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10 PROLEGOMENI

tale esser doveva anche allora la condizione dell’una ed indivisibile filosofia. Tuttavia molti fra essi avevano questo di commendevole, che quando s’erano istruiti nei dommi dell’una, ascoltavano anche delle altre sette gl’insegnamenti, e se in molte parti ingannavansi, almeno mostravano così che altro scopo non avevano se non se l’investigazione e il trovamento della verità. Ma questo pregio nè universale era, nè per gran tempo si conservò, ed a misura che la greca sapienza si diminuiva, generavasi e aumentavasi il mutuo feroce odio de’ suoi così detti sapienti, i quali da filosofi finirono ad essere ridicoli scolastici, come facetamente li punge Luciano quasi dugento anni dopo Strabone (54).

Ciò che principalmente stoico dimostra Strabone sono i nomi di famigliarità ch’egli dà agli stoici. Suo sozio chiama lo stoico Atenodoro (55); quando parla del principe della setta stoica Zenone, dice, Zenone il nostro (56); quando biasima Eratostene che sostiene essere fine del poeta il dilettare e non l’insegnare la virtù, soggiunge: Ma i nostri anche dissero solo poeta essere il sapiente: (57) dove, come notò pure il Casaubono, manifestamente intende gli stoici, dei quali era domma altresì che solo il sapiente è poeta, e retore, e giudice, e re, e sacerdote, e libero (58). Un tal domma fu deriso non solamente dai comici sulla scena al segno che il parodiarono dicendo, solo il sapiente saper comporre gustose vivande (59), ma conturbò anche lo stesso buon Plutarco (60). E nondimeno null’altro nelle bocche degli stoici significava, nè altro significar puote appresso quanti giudicano imparzialmente le persone e