Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/115

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

libro primo 103

di fuori delle Colonne, nominando un’isola Cerna ed altri luoghi che non si veggono più in nessuna parte, e dei quali faremo menzione anche appresso. E dopo aver detto che i primi che navigarono o per ladroneccio o per mercanteggiare, non si spinsero in alto, ma costeggiaron la terra, siccome fece anche Giasone, il quale poi da Colco si addentrò nell’Armenia e nella Media abbandonando le navi; soggiunge che degli antichi nessuno aveva osato navigare l’Eussino, nè lungo la Libia, la Siria e la Cilicia. - Ma qualora egli per antichi intenda coloro che furono prima di ogni nostra memoria, a me non importa il dire se navigarono o no; quando invece alluda a coloro dei quali ci è rimasta ricordanza, nessuno potrebbe vergognarsi dicendo essere manifesto che gli antichi fecero e per terra e per mare viaggi più lunghi di quei che vennero dopo, se pure dobbiamo credere a quanto si dice. Perocchè si celebrano Dionisio, Ercole e quel Giasone che nominammo poc’anzi; poi Ulisse e Menelao menzionati da Omero. Ed è da credere che Teseo e Piritoo per avere compiuti lunghi viaggi lasciassero di sè quella fama la quale racconta che discesero all’Averno; e che per somigliante cagione i Dioscuri1 siano stati detti guardiani del mare, e salvatori dei naviganti. Ed è celebrata anche la possanza maritti-

  1. Castore e Polluce, i quali tornando dalla spedizione degli Argonauti liberarono i mari di Grecia e l’Arcipelago dai pirati, e furono per ciò considerati come divinità tutelari dei naviganti. (G.)