Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/253

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

libro secondo 239

nostra Terra abitata, quale ne sia la figura, qual la natura, o quale la sua proporzione rispetto alla terra intiera, perocchè questo è veramente lo scopo proprio del geografo: poscia ragioni ad una ad una di tutte le cose che sono in terra od in mare, indicando quelle che non furono opportunamente trattate da’ nostri predecessori, e da coloro sopra tutto che in queste materie sono tenuti migliori.

Vuolsi1 presupporre dunque che la terra insieme col mare siano un globo con una superficie sola e uniforme. Perocchè quelle parti della Terra che levansi fuori di questa superficie si perdono in tanta grandezza come cose piccole e da passarsi inosservate; e la forma sferica intendesi qui, non come di cose lavorate al torno, o come il geometra la definisce; ma sibbene a giudizio del senso che pur non sia squisito. Si consideri poi questo globo come diviso in cinque zone; e il cerchio equinoziale in esso descritto; e un altro cerchio parallelo a questo, che limita la zona fredda nell’emisfero settentrionale; e un altro ancora che passa pei poli e taglia ad angoli retti i due già mentovati.

L’emisfero settentrionale comprende due quarte parti della terra, alle quali servon di limite l’equatore e quel cerchio che passa pei poli. Ora in ciascuna delle

  1. Il Casaubono dice che in alcuni codici antichi principia qui il terzo libro, perchè di qui veramente comincia l’Autore ad esporre la sua dottrina geografica. Ma egli poi non approva siffatta divisione; e gli Editori francesi aggiungono di non avere veduto alcun manoscritto dov’essa apparisse adottata.