Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/93

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libro primo 81

l’isola, ma solo che quivi venivano a prenderla per la comodità del porto. E forse l’acqua era colà condotta da qualche luogo vicino; confessando in certa maniera il poeta colle sue stesse parole, di aver detto che Faro è circondato dal mare, non perchè così fosse nel vero, ma per iperbole e per finzione.

Ma poichè anche le cose dette da Omero intorno al viaggio di Menelao paion indurci a crederlo ignorante de’ luoghi, gli è forse pregio dell’opera esporre le difficoltà che si trovano ne’ suoi versi e chiarirle, giustificando così più pienamente il poeta. Menelao pertanto dice a Telemaco il quale ammirava gli ornamenti della reggia:

              . . . . . . . . . Io so che molti affanni
              Durati, e molto navigato mare,
              Queste ricchezze l’ottavo anno addussi.
              Cipri, vagando, e la Fenicia io vidi,
              E ai Sidonii, agli Egizj e agli Etïopi
              Giunsi, e agli Erembi, e in Libia . . . .

Ora domandano a quali Etiopi arrivò avendo salpato dall’Egitto? mentre nè nel nostro mare abitano Etiopi, nè a lui debb’essere stato possibile di superare le cateratte navigando a ritroso del Nilo1. Poi quali sono

  1. Vuol dire che le navi di Menelao non erano fatte in modo da potersi scommettere e trasportare a forza d’uomini, come sono quelle adoperate comunemente in que’ luoghi e delle quali poi Strabone medesimo parla nel libro xvii. Plinio, lib. ix, cap. 4, § 10, così le descrive: Ibi Æthiopiae conveniunt naves: namque eas plicatiles humeris transferunt quoties ad cataractas ventum est. (Casaub.)
Strabone, tom. II. 6