Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 3.djvu/196

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188 della geografia di strabone

E che di que’ tempi gli Sciti si chiamassero Ippemolghi n’è testimonio anche Esiodo in quel verso citato da Eratostene, che dice: Gli Etiopi, i Libii e gli Sciti ippemolghi. E qual meraviglia che, per essere cresciuta a dismisura fra noi l’usanza di mercatanteggiare, e con essa le ingiustizie onde suol essere accompagnata, siansi detti poi giustissimi e venerabili coloro che meno di tutti son dati alla mercatanzia ed al far denari, ma ogni cosa (fuor solo il pugnale e il bicchiere) posseggono in comune e principalmente le donne e i figliuoli, come vorrebbe Platone? Anche Eschilo mostra di essere d’accordo con Omero dicendo che gli Sciti nutronsi d’ippace1 e son governati da buone leggi: e questa opinione dura tuttavia presso gli Elleni: perocchè li reputiamo uomini semplicissimi, non punto maliziosi, molto più frugali di noi, e soggetti a minor numero di bisogni; sebbene la nostra maniera di vivere abbia introdotto quasi in ogni nazione un pervertimento di costumi, recandovi il lusso e i piaceri con mille malvagie arti d’arricchire a fine di soddisfarli. Gran parte adunque di questa corruzione prevalse anche appo i barbari, e fra questi anche fra i Nomadi: i quali dopo che si furon volti alle cose del mare si pervertirono a tale da divenire ladroni e uccisori degli stranieri; e contrattando con molti ne ricevettero presso di sè il lusso e il costume del mercatanteggiare, le quali cose pare bensì che conducano alla civiltà, ma nel vero poi corrompono i costumi, introducendo la malizia in luogo di quella semplicità che abbiamo

  1. L’ippace è il cacio cavallino già mentovato. (Coray).