Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 3.djvu/248

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deserti, e dove hanno abitazioni sono borghi ed avanzi delle antiche città, e fin l’oracolo di Dodona è quasi venuto meno anch’esso al pari degli altri1. Quest’oracolo, come dice Eforo, lo fondarono i Pelasghi, i quali si crede che siano più antichi di quanti ebbero signoria nell’Eliade; e lo attestano Omero, dicendo: O Giove Dodonèo, Pelasgo; ed Esiodo: Venne a Dodona presso la quercia de’ Pelasghi. Ma de’ Pelasghi abbiamo parlato nel trattar dei Tirreni. Rispetto a Dodona, anche Omero dimostra che le genti circonvicine all’oracolo erano barbare, descrivendoci la maniera del loro vivere, cioè che nou si lavavano mai i piedi e dormivano sulla nuda terra2. Se poi costoro si debbano chiamare Elli con Pindaro, o Selli, come suppongono che sia stato scritto da Omero, l’incertezza della scrittura nol lascia decidere. Filocoro afferma che il sito vicino a Dodona chiamavasi Ellopia con nome comune anche all’Eubea, e cita quelle parole di Esiodo: V’ha un paese detto Ellopia ricco di biade

  1. Qualcuno vorrebbe intendere come le altre cose. Ma pare evidente che Strabone volle qui alludere alla generale cessazione degli Oracoli, avvenuta appunto a’ suoi tempi. (Edit. franc.)
  2. Ecco i versi di Omero secondo la traduzione del Monti:

    Dio che lungi fra tuoni hai posto il trono,
    Giove Pelasgo, regnator dell’alta
    Aghiacciata Dedona, ove gli austeri
    Selli che han l’are a te sacrate in cura,
    D’ogni lavacro schivi, al fianco letto
    Fan del nudo terreno.

    Lib. XVI, v. 355.