Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 3.djvu/92

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84 della geografia di strabone

piana in gran parte, sterile tutta, e cinericcia a vedersi, con grandi cavità tutte di pietre fuligginose, come se fossero abbrustolite dal fuoco. Potrebbe quindi congetturarsi che quel luogo in antico sia stato ardente ed avesse crateri di fuoco, il quale poi siasi spento mancandogli la materia1. E questa forse è la cagione della fertilità de1 luoghi circostanti; come dicono che nel territorio di Catania la parte che fu coperta dalla cenere piovutavi giù dall’Etna si fece terreno acconcissimo alle viti. E nel vero la polvere che i vulcani gettano fuori ha molto di quel grasso che si trova (sebbene in differente proporzione) nelle glebe abbruciate e nelle terre vegetali: e finchè la parte grassa vi sovrabbonda fa sì che le terre facilmente s’accendano; ma quando poi la pinguedine è consumata, e la gleba estinta è divenuta cenere, sì trova buouissima a fecondatisi i semi2.

Contiguo a Pompeja è Sorento, città de’ Campani, d’onde poi si protende nel mare il promontorio Ateneo che alcuni chiamano delle Sirenuse. Nella sua sommità trovasi un tempio di Minerva fondato da Ulisse. Di quivi all’isola di Caprea è un breve tragitto, e quando abbiasi ollrepassato quel promontorio s’incontrano alcune isolette deserte e pietrose chia-

  1. È noto che il Vesuvio cominciò poi a mandar fuoco di nuovo ai tempi di Tito.
  2. Cosi presso a poco gli Edit. franc. spiegano questo passo mollo oscuro uel greco, e sul quale può leggersi il lungo e diligente commento cb’c» 1 hanno scritto.