Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 3.djvu/94

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86 della geografia di strabone

meni ch’ivi si veggono. Perocchè siccome tutto il tragitto cominciando da Cuma fino alla Sicilia è pieno di fuoco, e di sotterranei meati, per mezzo de’ quali le isole di quel luogo comunicano fra di loro e col continente (d’onde poi l’Etna è di quella natura che tutti descrivono, e così anche le isole de’ Liparesi, e il territorio circostante a Dicearchia, a Napoli, a Baja ed a Pitecusa), così il poeta considerando tal cosa dice che a tutto quel sito è sottoposto Tifone:

I lidi ove il mar geme
Di Cuma, e tutta insieme
Sicilia, or son penoso
Pondo che a lai l’ispido petto opprime
1.

E Timeo dice che delle Pitecuse gli antichi spacciarono molte cose incredibili; ma che per altro poco prima dell’età sua un colle che sta nel mezzo dell’isola ed ha nome Epomeo, scosso da’ tremuoti gittò fuoco, ed aveva spinto nell’alto il terreno che si

trovava fra esso colle ed il mare. La parte del suolo incenerita e lanciata in alto, era poi di nuovo caduta sull’isola a modo di turbine2, sicchè il mare erasi ritirato per lo spazio di circa tre stadii: se non che di lì a poco, essendo venuto a riurtare da capo, aveva inondata e coperta l’isola, e il vulcano erasi estinto. Nel qual tempo (soggiunge) gli abitanti del continente spaventati dal grande frastuono, dalla spiaggia fuggirono addentro nella Campania. — Pare poi che

  1. Pind. Pyth. i, v. 32. Traduz. del Mezzanotte.
  2. Letteralmente: a modo di tifone, [testo greco].