Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/24

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de del regale loro sacerdozio), l’Episcopato, dico, che può essere punito, non però perire intieramente, perchè la parola di Cristo l’ha costituito acciocchè duri sino alla fine de’ secoli, si scosse dal suo letargo, rabbrividì al proprio pericolo, e l’educazione trasandata da’ sacerdoti fu una delle prime cagioni del disordine, che gli si presentarono: allora, al fine di provvedervi, fu pensato finalmente all’istruzione de’ Seminarî.

32. Furono inventati i Seminarî per provvedere alla nulla educazione del Clero, come furono inventati i catechismi per provvedere alla nulla istruzione del popolo. Non si ebbe coraggio (e non era sperabile che lo si avesse) di ritornare allo stile antico, che il Vescovo personalmente formasse il suo popolo ed il suo clero: si ritenne la massima di lasciare questi travagli al Clero inferiore: pure ne’ Vescovi si destò la vigilanza, la disciplina ne guadagnò immensamente, furono riformati i costumi, si vide risplendere uno zelo proprio di quella sfera limitata e in gran parte materiale di attività, dove il Clero inferiore da qualche secolo è circoscritto; ma non si trovò più l’arte di dare alla Chiesa de’ grandi uomini, de’ sacerdoti che conoscessero la vastità della loro missione, che riguardassero la Chiesa nella sublime sua università e grandezza, e che apparissero interiormente posseduti, dominati da quel sentimento del Verbo che formava il carattere de’ sacerdoti primitivi; da quel sentimento, che assorbendo tutta l’anima, la toglie al mondo transitorio, la fa vivere nell’eterno, e dalle magioni eterne appunto le insegna a rapire un fuoco che è atto di ardere la terra tutta. Solo i grandi uomini, lo ripeto, valgono a formare uomini grandi; e per giudicare qual differenza v’abbia fra’ discepoli, basta paragonare insieme i maestri. Ahimè! da una parte stanno gli antichi vescovi, o certo uomini i più insigni della Chiesa, e dall’altra i giovani maestri de’ nostri Seminarj! qual confronto!

33. Considerisi con quanta cautela e difficoltà si toglieva ne’ bei tempi a istituire una scuola pel popolo1, non che pel Clero, che fosse diversa da quella del Vescovo, il quale non vi si risolveva se non mosso dalla straordinaria sapienza e santità degli uomini, a cui ne affidava il carico; come appare nella istituzione dell’accennata scuola d’Alessandria, che fu certamente la prima di questo genere, perchè istituita sotto S. Marco2; e considerisi dall’altro canto quanto si abbondi, o almeno si creda di abbondare oggidì di maestri idonei ad insegnare al Clero la dottrina e la religione di Cristo! Non solo ogni diocesi ha il suo seminario, e in ogni seminario molti maestri; ma per la somma abbondanza, in che ne sono i tempi nostri, per la somma facilità, che ha oggidì il Vescovo di trovare de’ preti che possano essere istitutori del suo giovane Clero, si rimutano i maestri dopo pochi anni d’insegnamento, promovendoli a un qualche meno magro benefizio, e sostituendovene degli altri tutti nuovi, i quali sebbene non abbiano ancora acquistata alcuna sperienza delle cose umane, nè finito d’imparare dalla sociale consuetudine i principî del senso comune; tuttavia hanno pur ora assoluto il gran corso delle scuole seminariali, questo non plus ultra del moderno sapere ecclesiastico; dopo il quale i terreni ministri dell’altare sono senza indugio applicati agl’impieghi, e così dallo studio

  1. La scuola del popolo d’allora non era però come la scuola del popolo d’adesso. Tutta la tela immensa della religione di Cristo si spiegava agli occhi della plebe cristiana, quindi ella scriveva insieme di scuola al popolo e al Clero, come ho osservato innanzi, cioè quelli, che venivano assunti al Clero, trovavano in essa la preparazione necessaria per ricevere poi utilmente la educazione ecclesiastica. Noi siamo ora tanto lontani dal pensar grande di quelli, che molti e molti de’ nostri ecclesiastici non sono nè pure in caso d’intendere ciò che io qui dico, e son ben certo che malamente riceveranno queste mie stesse parole.
  2. L’attesta S. Girolamo, de Vir. ill. c. 36.