Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/38

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52. 4.° Dalle frequenti adunanze e Concilî specialmente provinciali che si tenevano. L’unità della Chiesa si volea che fosse unità di voleri, unità di persuasioni; e ad ottener questa, niente vale il comandare di un solo con autorità, la quale, tutta sola, trae seco pur sempre qualche cosa di invidioso e di ostile, nè, per l’ordinario, rende i soggetti più illuminati, ma solo più aggravati. Di che l’Apostolo stesso diceva: «Tutto a me lice, ma non tutto è spediente (i Cor. vi, 12.)»

E quindi proveniva quel volersi continuamente anche il voto del popolo, che si può dire che fosse a que’ tempi il consigliere fedele de’ governatori della Chiesa1; e quel render conto che faceva il Vescovo al popolo stesso di tutto ciò che nel governo della Diocesi egli operava2; e quel cedere e condiscendere ai voleri popolari in tutto ciò che si poteva, il che è tanto dolce e affabile cosa, e sommamente conveniente al governo episcopale, governo sublime e che può tutto, ma non tuttavia come quello de’ re della terra; perchè può tutto, solo pel bene, e niente pel male; e per la stessa sua essenza è decorato di umiltà, di modestia e di carità immensa; e in ogni cosa è al sommo ragionevole, e perciò stesso forte di sua dolcezza3. Quindi ancora traeva origine quella congiunzione de’ Vescovi co’ loro presbiteri, di cui richiedevano il parere in ogni affare spettante il governo della Chiesa acciocchè quelli che erano in parte della esecuzione, fossero anche in parte delle disposizioni che si venivano prendendo, e queste riuscissero consonanti al voto comune, e fossero conosciute nel loro spirito e nelle loro ragioni da quelli che le dovevano ridurre ad effetto4. Quindi ancora que’ concilî in cui tutti i Vescovi com-


    vinculo copulatum, ut si quis ex collegio nostro haeresim facere et gregem Christi lacerare et vastare tentaverit, subveniant caeteri. Nam etsi Pastores multi sumus unum tamen gregem pascimus et oves universas, quas Christus sanguine suo et passione quaesivit, colligere et fovere debemus. Ep. 68 al 67 ad steph.

  1. «Tutto si facea nella Chiesa, dice il Fleury, per consiglio, non volendo che vi regnasse altro che la ragione la regola e la volontà di Dio.» — «Le assemblee hanno questo vantaggio, che per ordinario vi ha sempre alcuno che mostra qual sia il partito migliore, e riconduce gli altri a ragione. Producono il rispetto vicendevole e si ha vergogna di palesarsi ingiusti in pubblico, quelli che sono più deboli in virtù vengono sostenuti dagli altri. Non è agevol cosa il corrompere una intera assemblea: ma è facile il guadagnare un solo uomo, o colui che lo governa: e se si determina da se solo, seguita l’inclinazione delle proprie passioni, che non hanno contrapposto. In ciascuna città il Vescovo non faceva niente d’importante senza il consiglio dei sacerdoti dei diaconi, e dei principali del suo Clero. Spesso ancora si consigliava con tutto il popolo quando avea esso interesse nell’affare, come nelle ordinazioni» Disc. I sulla Stor. Eccl. § v.
  2. S. Cipriano rendea conto al suo popolo di tutto ciò che faceva, e non potendo farlo di presenza, nel tempo della persecuzione il faceva tuttavia per lettere, alcune delle quali ancora si conservano (Ved. Ep. 38. Pam. 33). Due secoli dopo S. Agostino vedesi fare il medesimo col suo popolo. Nei suoi sermoni lo rende informato di tutte le bisogne della Chiesa, e gli dà minutissimo conto della sua condotta. Sono degni di essere osservati fra gli altri i sermoni 355, 356.
  3. «Si aveva tal riguardo all’assenso del popolo, dice il Fleury, nei sei primi secoli della Chiesa che se egli ricusava un Vescovo anche dopo consecrato, non veniva altrimenti costretto, ed un altro se ne creava che gli fosse accetto» (Discorso I sulla Stor. Eccl. § iv.) S. Agostino ne dice la ragione con queste parole dirette al suo popolo: Noi siamo cristiani per noi medesimi, e Vescovi per voi.» (Serm. 359).
  4. S. Cipriano in una lettera che scrive al suo Clero del nascondiglio ove si stava in tempo di persecuzione; rende per ragione del non aver dato risposta a certa lettera che alcuni suoi sacerdoti gli aveano inviata, l’esser egli solo; «perchè, dice, nel principio del mio vescovato deliberai di non far cosa di mio capo senza l’avviso vostro, e l’assenso del Popolo» (Ep. 14) Questo egli faceva secondo l’esempio dato costantemente dagli Apostoli. Si consideri il procedere Apostolico nell’elezione dei diaconi. Avevano certamente gli Apostoli la potestà di eleggere chi volevano. E tuttavia con quanto di dolcezza e di prudenza non propongono la cosa ai fedeli, perchè essi stessi i fe-