Pagina:Delle istorie di Erodoto (Tomo III).djvu/346

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- 334 41. InSao, dunque, al decimo giorno le cose rimasero ìq tutto ferme. Ma allo spuntar dell" undecime, dacché i due eserciti si trovavano affronte nei campi plateesi; ed essendosi nel frattanto ingrossate di molto le file dei Greci, mentre Mardonio diveniva insofferente di ogni altro indugio; intervenne un colloquio fra Mardonio figlio di Gobi’ia e Artabazo figlio di Farnace, uomo riguardevolissimo fra i Persiani. Ma le loro opinioni in questa consulta non si affrontarono. Imperocché Artabazo reputava, che si dovesse al più presto possibile movere il campo, e rinchiudere tutto l’esercito persiano nell’acropoli di Tebe, dove era raccolta provvisione immensa di grano per gli uomini, o si offrivano pascoli abbondantissimi agli animali; di modo che i Persiani avrebbero potuto tranquillamente aspettarci (diceva egli) l’esitoJi qualche util trattato da negoziarsi cogl’inimici, facendo capitale del molto oro coniato, e non coniato, che essi Persiani possedevano, oltre al molto argento e alle molte patere preziose; e spargendo a piene mani tutte queste dovizie fra’ Greci, massimamente poi fra i rettori dei diversi Stati dell’ Eliade. I quali si sarebbero con tale mezzo facilmente disposti a tradire la libertà della patria anziché commettersi un’altra volta alla fortuna delle battaglie. Onde l’opinione espressa da Artabazo ctJnveniva perfettamente con quella dei Tebani: opinione, che addimostra quanto costui ci vedesse più in là di Mardonio. Il quale dall’altro canto rimase saldissimo nei suo proposito, e non cedette di un punto. Imperocché, diceva, di stimare il proprio esercito di gran lunga migliore dell’esercito greco: volere quindi combattere senza dimora, e non lasciare il tempo agli altri d’ingrossare ulteriormente le loro file: non doversi far caso delle divi Zi