Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/14

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Lettera Seconda 7

quadrati. Io presi il grosso volume, e in un cerchio di Greci e di Latini sedetti in disparte con esso alla mano. Lessivi in fronte La Divina Comedia di Dante, e parve a tutti titolo strano, essendo noi persuasi, ch’esser questo dovesse Poema Epico, qual tutta Italia predicava al par dell’Iliade, e dell’Eneida, né sapevamo intendere perché Comedia s’intitolasse. E tanto più ciò ne parve, quando trovammo questa divina Comedia divisa in tre parti quasi un trattato scientifico, e queste parti intitolate l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso. Venne in mente d’ognuno, che Dante scherzar volesse, e far daddovvero una Comedia; ma nomi così tremendi, e venerabili non ci sembravano a ciò troppo acconci. Ed ecco leggendo, che io mi trovo preso da Dante per suo compagno, e condottiere in tal faccenda. Per verità non fui molto contento di quest’onore, e mi venne sospetto, che potessimo entrambi fare una figura assai comica in quella comedia. L’incontrar sulle prime una lupa, e un lione alle porte d’inferno mi presagiva male, e il mettere in bocca a me stesso, che i miei parenti eran Lombardi, non avendo io mai saputo qual gente si fosse questa, se non molti secoli dopo la mia morte, pareami tratto scortese, e di poca discrezione.

Mi calmò alquanto il Poeta leggendo de’ suoi bei versi, e chiari abbastanza in mia lode, e vedendo in quei ricordato il mio Poema siccome letto lungamente, e studiato da lui. Ma ben tosto la noja mi prese al seguir la lettura. Perché dunque, diceva io, perché ha fatto Dante un Poema dell’Inferno, del Purgatorio, e del Paradiso, se tanto ha letta l’Eneide? Io certo non gli ho insegnato a cominciar con un sogno, una lupa e un lione, o con dividere in parti tra lor