Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/29

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
22 Lettera Quarta

innanzi leggea, più sentivano Greci e Latini una certa dolcezza patetica, e lusinghiera di stile, di armonia, di teneri movimenti, che ne mettea l’anima in un’estasi soavissima. I trasporti improvvisi tratto tratto rapivanci fuor di noi. Nuovi pensieri, immagini dilicate, e vivaci ne facevan talvolta sclamar per diletto e per maraviglia. Tutti d’accordo dicevano non aver mai sì vivamente sentito quell’incanto, e quel fascino di una secreta delizia, che è proprio della poesia, come in questo Poeta. Molti di loro, ma principalmente Ovidio ed Orazio stavano attoniti, e quasi pareano vergognarsi d’aver mal conosciuta una passione così gentile, e d’averla dipinta con tratti sì grossolani e plebei, potendo con essa nobilitare di tanto la lor poesia con la lor fama. Io per me compiacevami tacitamente di partecipare di questa laude con esso lui per quella onesta superbia onde non seppi avvilire il mio canto con le turpitudini tanto comuni a’ miei coetanei, che cantarono le stesse passioni, e non seppero rispettare il linguaggio degli Dei. Qualunque vicenda alle lettere e ai versi possa sopravvenire, l’opere nostre saranno scuola ai posteri tutti di buon costume ad onta degl’invidiosi, che m’hanno attribuite cose indegne di me, ed hanno malignamente interpretato il Petrarca.

Ma non so come a poco a poco cominciammo a sentire non so qual piccola sazietà; che sempre andò raffreddando gli animi degli uditori, e creando lor finalmente fastidio. Tutto era parlare, e pensare, e cantare di quella Madonna Laura; e le rose, e le perle, e i crin d’oro, e un pensier che dicea, e un pensiero che rispondea, e de’ pensieri, che ragionavano insieme, una visione, un sogno, un deliquio d’amore, e le frasi, e le immagini d’un colore medesimo anch’esse, e