Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/36

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Lettera Quinta 29

nuovo Ariosto, ed Orlando, a recitare i suoi versi tra l’ombre illustri di Dagalaiffo, e di Ermenerico, degni Consoli di un tal Romano Scrittore, e con lor faccia pompa del nobil distico che bene sta appunto al suo ritratto

Carmen utrumque legas, poteris vix dicere lecto
Musa latina prior, musa ne tusca fuit?

Nessun certamente sospetterà codesta novella musa esser vissuta ne’ tempi antichi della latinità.

Sfogata ch’ebbe Orazio la bile poetica, io così presi di nuovo il ragionamento sopra Petrarca. Leggiam pertanto le tre canzoni sopra gli occhi, quella della lite d’amore innanzi alla ragione, quell’altra - Se 'l pensier che mi strugge, - e la compagna sua Chiare fresche e dolci acque - Di pensier in pensier, - e poche altre più simili a queste, e tutto ciò mettiamo a memoria e ripetiamolo per diletto. Perché quai voli, e pensieri più nobili ponno trovarsi di quelli, onde le prime tre sono tessute? Qual invenzione ammirabile, nuova, ed ardente del più vivo foco non è quell’accusa, e quella difesa d’amore? Chi non si sente languir per dolcezza, e trasportare per estasi a quella fonte, tra quell’erbe, e que’ fiori animati, in quell’aere sacro, e sereno, che tutti pieni della bellezza di Laura tutti gli fanno onore e tributo, e rapiscono divinamente quà e là il Poeta, e chi va leggendo con lui? Che risplendenti, e inusitate, ed alte immagini, che sovrumani trasporti, che soave delirio, ed ebrietà di passione infiammata non sentesi colà dentro per tutto? Diciamo il vero, amici poeti, mentr’io leggea questi pezzi, era ella più meraviglia, o più invidia la nostra? Qual di noi seppe esprimere un sì divin pianto?

Et era ’l Cielo all’armonia sì intento,