Pagina:Discorsi-SNFI.djvu/43

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senza divisione di lavori, senza commercio che ne permutasse i prodotti, doveva necessariamente restringersi alla grossolana fabbricazione delle poche cose che pure occorrono al soddisfacimento dei più urgenti bisogni della vita.

Finalmente un commercio senza capitali, senza sicurezza, senza strade, senza canali, senza varietà di prodotti da permutare, senza pesi, e misure, e monete, e leggi comuni, si limitava a tenere ogni anno fornita di merci qualche rinomata fiera dove le popolazioni accorrevano ad approvigionarsi come a s. Elena o al capo di Buona Speranza si approvigiona ai dì nostri un vascello pei lunghi mesi d’avventurosa navigazione. Così che la vivacità e l’antico splendore delle fiere, tanto ammirato e rimpianto dai padri nostri, era prova evidentissima di una semibarbara povertà nelle popolazioni. La quale appare indirettamente anche da questo, che la scienza della pubblica economia, la scienza che appunto si occupa della produzione, distribuzione e consumazione della pubblica ricchezza, è scienza di recentissima formazione, e forse l’ultima nata delle scienze.

Di questo deplorabile stato di cose molte furono le cause: ma a nessuna seconda l’enorme moltitudine di stati in cui era divisa l’Europa: delle nostre divisioni italiane è vano il far cenno quando ogni città porta l’impronta d’una particolare dominazione, S. Marco a Venezia, i Carrara a Padova, gli Scaligeri a Verona, i Gonzaga a Mantova, gli Estensi a Ferrara, e così discorrendo: delle divisioni Germaniche sarebbe troppo lunga, ed aspra anche troppo e disgustosa la nomenclatura: sicchè basti il dire che prima della pace di Vestfaglia e delle guerre Napoleoniche forse 500 erano gli stati Germanici; e le città libere, adesso ridotte a sole 4, erano allora più di 50. Se non che le divisioni economiche erano maggiori ancora, maggiori assai delle politiche, però che ogni stato si suddividesse in varie provincie aventi leggi e dogane particolari: e la stessa Francia alla quale naturalmente ricorre

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