Pagina:Doni, Anton Francesco – I marmi, Vol. I, 1928 – BEIC 1814190.djvu/269

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ragionamento della poesia 263


benché chiamato da studi e da cittá a pigliare questo onore altrove, tirato nondimeno dalla memoria degli antichi poeti e parimente dallo affetto e dalla riverenza di questa sacrosanta cittá di Roma, della quale si sa quanto egli sempre sia stato ferventissimo amatore, rifiutati i prieghi degli altri, ha deliberato venir qui dove gli altri inanzi di lui sono stati coronati. E perché sopra ciò non paresse ch’avesse voluto fidarsi della prosonzion sua, deliberò piú tosto credere ad altri che a se stesso; e per questo, rivolgendosi attorno, né ritrovandone alcuno altro piú degno in tutto ’l mondo, partendo dalla corte romana, la quale fa di presente residenza in Avignone, personalmente s’ha trasferito sino a Napoli innanzi al serenissimo Roberto illustrissimo re di Gierusalem e di Sicilia. In questo modo adunque sé ha sottoposto allo esame di quello cosí gran re abondantissimamente rilucente dei raggi di tutte le scienzie, preponendo lui a tutti gli altri uomini, sí come quello che gli è paruto dignissimo sopra tutti, e certo con maturo consiglio, e gran giudizio, acciò che, approvato da lui, da nessuno altro potesse essere rifiutato. Avendo dunque questo re, dopo averlo udito e letto parte dell’opere sue, giudicatolo dignissimamente degno di cosí fatto onore e sopra la sufficienzia di lui mandato a noi lettere di testimonio col suo sigillo e messi degni di fede, e avendo il detto messer Francesco in questo medesimo giorno in pieno Campidoglio solennemente chiesto la laurea poetica, per questa cagione, dando noi certissima fede al testimonio regio e alla fama publica, la quale a lui di lui molte cose aveva ragionato, ma molto piú credendo al testimonio dell’opere sue, in questo di presente, ch’è il giorno di pasqua, nel Campidoglio romano, cosí in nome del detto re quanto nostro e del popolo romano, dichiarámo il prefato messer Francesco gran poeta e istorico e l’onoriamo d’illustre nome di maestro; e spezialmente in segno della poesia, noi Orso conte e senator giá detto, per noi e per lo nostro compagno, con le nostre mani abbiamo posto la corona di lauro sul capo di lui, dandogli cosí nell’arte poetica quanto nell’istorica e in ogni altra cosa appartenente a lui, d’autoritá del detto re e del senato e popolo romano, cosí in questa santissima cittá, la quale non è dubbio ch’è capo di tutte l’altre cittá e terre, quanto in ogni altro loco, per tenore delle presenti lettere, libera possanza di lèggere, disputare e interpretare le scritture degli antichi e, con l’aiuto di Dio, di componere delle nuove da se stesso e libri e poemi ch’abbiano a durare per tutti i secoli, e ch’egli possa ancóra, ogni volta