Pagina:Doni, Anton Francesco – I marmi, Vol. I, 1928 – BEIC 1814190.djvu/270

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264 i marmi - parte seconda


che gli piacerá, fare questi medesimi e altri atti poetici e coronare altrui di lauro, di mirto o d’edra, secondo ch’egli eleggerá, e farlo in quale atto e abito poetico publicamente e solennemente gli piacerá. Oltre di ciò, per vigore di questi scritti, approviamo tutte le cose che fino a questa ora sono state scritte e composte da lui, sí come uomo consumato in simili imprese; l’altre cose che gli accaderá a scrivere nell’avvenire, per la medesima ragione, giudichiamo che siano da essere approvate, dal giorno che da lui saranno publicate e poste in luce. Ordiniamo ancóra ch’egli abbia a godere quei medesimi privilegi, esenzioni, onori e insegne i quali qui e in ogni altro luogo usare possono e sono usati di potere i professori delle arti liberali e oneste; e tanto piú perché la raritá della professione lo fa degno di piú abondanti favori e di maggior benefizio. Appresso questo, per le notabili doti del suo ingegno, e per chiarissima divozione, la quale gli atti e le parole di lui e la fama comune testimoniano che egli porta a questa cittá e alla nostra republica, facciamo, pronunziamo, ordiniamo e dichiariamo il medesimo messer Francesco cittadin romano, onorandolo del nome e degli antichi e nuovi privilegi de’ cittadini. Di tutte le quali cose insieme e ciascuna per sé, essendo solennemente domandato il popolo romano del parer suo, sí come è costume di farsi, senza che pure alcuno contradicesse, ha risposto gridando che di tutte queste cose è contento. Per testimonio delle quali abbiamo comandato che si facciano le presenti lettere, confermate dalla soscrizione dell’una e l’altra sostanza del senato e col sigillo della nostra bolla d’oro. Dato in Campidoglio, presenti noi e infinita moltitudine, cosí di forestieri quanto di baroni e popolo romano, alli IX d’aprile negli anni del Signore MCCCXLI.


L’è stata un poco lunghetta la cosa, ma bell’udire ha ella fatto.

Giuseppe. Io, che son giunto oggi, sono stracco; però fia bene che io mi vadi a riposare.

Baccio. Son contento, ché egli è dovere; ma lasciatemi lègger una stanza di quelle dell’Aretino ancóra.

Giuseppe. Volentieri; e poi a Dio.

Baccio. Deh come mi piacciono questi disegni tirati in due tratti! oh son begli!