Pagina:Doni, Anton Francesco – I marmi, Vol. II, 1928 – BEIC 1814755.djvu/98

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ragionamento di diverse opere e autori 93


Pecorino dalle prestanze e Chimenti bicchieraio
e un pedante.

Pecorino. E’ mi vengono certi libri nelle mani, Chimenti mio caro, che io non gli so lèggere: mio padre gettò via i danari a mandarmi alla scuola; e non so scrivere, ti dico, ancóra, come costoro al dí d’oggi.

Chimenti. Dite voi de’ libri in penna o in forma?

Pecorino. In forma, di queste stampe nuove.

Chimenti. Anch’io sul principio mi ci acconciavo mal volentieri.

Pecorino. Vedesti! mai quel libro dell’Italia in prigione, volsi dir liberata? che aveva quell’è, quell’ò, quell’à, quell’ù, quell’e quell’e quell’e quell’e quell’e quell’altra lettera in greco e in diritto e in traverso? Io per me non la potetti mai lèggere.

Chimenti. Quel Contento di Marsilio Ficino anch’a me mi faceva un certo masticamento, d’à, â, d’è, ê, ò, zeta quadro e non quadro, mezzo, intero, piccolo, grande: belle baie per noi altri antichi! Ma come la fate voi, ora, con i libri?

Pecorino. Bene bene, io non gli leggo altrimenti: come io gli veggo quella battaglia nuova, che una lettera porta la corazza, un’altra l’elmetto, chi la spada, chi lo strascico, chi la lingua fuori, chi la tien dentro, súbito dico al libraio: — Ha’ci tu meglio? — Una volta io mi feci difinire al maestro del mio fanciullo le lettere d’un di quei libri e compresi che tutta era fava.

Chimenti. In che modo?

Pecorino. Io te lo dirò; ma non dir poi che ’l Pecorino stia su queste cetere e su questi andari, perché non ti sará creduto, per la prima, poi, si rideranno del fatto tuo. Ma ecco il maestro, s’io non m’inganno. Ben giunto sia la vostra riverenza; a tempo piú che l’arrosto.